Cenni Storici - Le Cascine

Il territorio di Robecchetto Con Induno è contraddistinto dalla presenza di quelle cascine che sono memoria del suo passato

Data di pubblicazione:
04 Ottobre 2021
Cenni Storici - Le Cascine

La Cascina “Guado”
Rappresenta l'ultima propaggine del territorio di RcI verso il Ticino e con l'adiacente Galizia si entra nel territorio di Cuggiono.
Le origini del Guado sono legate ad un esistente passo sul fiume in corrispondenza del quale fu costruito anche un ponte sul Naviglio Grande, il cosiddetto Ponte di Induno, ancora documentato nel 1570. Ma vi era anche un molino (mosso dalla Roggia omonima e di cui oggi rimangono solo gli alloggiamenti delle ruote) e, il censimento del 1538, riporta l'esistenza di un solo fuoco indicando che gli uomini erano molinari e navirolli. Il censimento del 1861 assegna questa proprietà a don Raffaele Bossi nella quale allora vi abitavano le famiglie Bressa (molinaio nel 1871), Bottini, Colombo, Diana, Bolchi, Bianchini. La strada che dalla cascina porta al guado del Ticino oggi è interrotta da un campo e dal canale del Latte, ma l'orientamento è preciso e la linea della strada conduce direttamente all'antico passaggio del fiume.


 La Cascina Marischi (già Casone)

Già presente nella carta topografica della Visita Pastorale di S. Carlo con il toponimo di Caxono (Casone), vi abitava una famiglia con sei persone. La vecchia cascina, in seguito demolita, si trovava poco più a sud dell'odierna cascina Graziella.


La Cascina Della Croce
Da un documento del 1229, riguardante Padregnano, veniamo a sapere che tra i proprietari confinanti dei beni oggetto di permuta comparve Airoldi Della Croce. La presenza di questa famiglia di nobiltà secentesca, molto diffuusa nei nostri paesi, è confermata proprio dalla denominazione della cascina. Nel 1667 era di proprietà di Giacomo della Croce anche la tassa sul perticato.Alla fine  del Seicento la proprietà passò ai Clerici che la vendettero ai Bonomi (provenienti da Romentino) all'inizio del Novecento.


La Cascina Gallarati

Nel 1558, a questa cascina furono attribuite 269 pertiche di proprietà della nobile famiglia che dà il nome all'insediamento sin dai tempi antichi, pertiche annesse quindi, costituite da “prati sutti, lische, lanche e sortumi". Ludovico Gallarati era tra i “possessori" tra il 1558 e il 1570 e sembra addirittura che avesse in gestione regalìe feudali prima dei Della Croce e dei Fagnani.Nel 1861 la cascina risultava di proprietà Clerici-Lurani e vi abitava la famiglia Re; successivamente passò al conte Mapelli-Mozzi. Di particolare interesse è la torre colombaia.


La Cascina Sant’Antonio (detta del Grass)

E’ documentata come osteria all'inizio dell'Ottocento. E’ comunemente chiamata cascina del Grass dal cognome di un proprietario. Nel 1861, vi abitava la famiglia Valloni. Alla fine dell'Ottocento, al tempo in cui si insediò in paese proveniente da Corbetta, la proprietà passò alla famiglia Vignati che la rivendette appena prima della seconda guerra mondiale per duecentomila lire a tal Pietro Canna di Turbigo. Accanto alla cascina è stato scavato uno scolmatore del Naviglio - detto cavo S. Antonio - che, in tempo d'asciutta, convoglia le acque delle risorgive d'alveo del Naviglio verso il Ticino.


La Cascina Paradiso
Nel 1642, nell'elenco degli abitanti della Padregnana, compare Pietro Paradiso, “conduttore", per cui ipotizziamo che il nome provenga da questa famiglia, nonostante la proprietà rimase ai marchesi Clerici fino alla prima metà dell'Ottocento. Nel 1861 vi abitava, oltre ai Cedrati che erano i proprietari, la famiglia Cattorini.


La Cascina dei Pomi
Sulla via al Ticino, questa cascina, anticamente di proprietà Beolchi, venne attribuita dal censimento del 1861 a Baldassare Gennaro. Vi abitava la famiglia Miramonti, originaria di Inveruno, il cui capostipite vi si stabilì nella seconda metà del Settecento. Successivamente la famiglia diede vita ad una attività di sbiancatura della tela di lino (tela russa) e lavanderia che, nella seconda metà del XIX secolo, giunse a dar lavoro a cinque dipendenti. Alla fine dell'Ottocento la cascina divenne proprietà  Miramonti. Per quanto concerne il toponimo, noi osiamo proporre una spiegazione diversa da quella comunemente nota. Difatti, i “pomi" potrebbero essere i “pomi di terra", cioè le patate, la cui coltivazione nel territorio fu sponsorizzata, anche attraverso scritti, da Federico Fagnani.


La Cascina Grande
Il nome dell'edificio racchiude in sè i principali motivi di interesse storico-architettonico: iltermine Cascina ricorda la categoria sociale a cui era destinata la costruzione, mentre l'aggettivo Grande, oltre alle dimensioni, riconduce allo stile neoclassico secondo il quale fu progettata dall'arch. Giulio Aluisetti. Non c'è dubbio che il tentativo operato dall'architetto di dare dignità e decoro ad un complesso immobiliare strettamente ancorato ad esigenze produttive dei contadini del paese, adottando canoni costruttivi tipici dell'architettura neoclassica, rappresenti un importante esempio di architettura popolare.


La Cascina Franceschino
Nel 1572, era già documentata una cascina \Franceschino" del signor Fabrizio Comneno. Non siamo riusciti a comprendere il motivo per cui non venne indicata nel Catasto del 1722, salvo ritenere che sorgesse in un diverso luogo. Il censimento del 1861 attribuì la proprietà al sacerdote Gaetano Lampugnani e vi abitavano i Colombo, Langè, Bonomi (fattore), Gaiera, Bossi, Villa.L'immagine sacra, ancora oggi visibile sulla parete prospiciente la via Umberto I, venne dipinta nel 1837. Nel 1886, vi era uno stabilimento per la tessitura del lino di proprietà di Erminia Baffa Lampugnani.


La Cascina Carolina
Fu costruita da Francesco Arese nel 1851, in memoria della moglie Carolina Fontanelli prematuramente scomparsa. Nel 1854, vi risiedevano le famiglie Giudici, Garegnani, Gualdoni. Il riutilizzo dell'edificio non è rimasto indenne da imperfezioni, soprattutto nei corpi laterali e perpendicolari a quello principale, adibito a residenza.
Il Malcantone
E' uno dei cortili più antichi posto a ridosso della chiesa. Nel Settecento la proprietà risultava divisa tra la Prebenda parrocchiale e i Fagnani. Il 26 settembre 1941 fu parzialmente distrutto da un incendio domato a stento dai Vigili di Inveruno in quanto l'acquedotto del paese, di proprietà Gennaro, veniva mantenuto vuoto durante la notte per evitare consumo d'acqua. Oggi, l'edificio è stato completamente ristrutturato ad opera dell' impresa Serafino Galimberti.
Lo Stallazzo
Antico nucleo centrale del paese, fu rimaneggiato dal conte Arese tra il 1860 ed il 1880. Ancora oggi si può vedere l'applicazione pratica del principio propugnato dal marchese Fagnani per i suoi contadini: tre piani a garanzia dell'igiene. Sul lato prospiciente la via Gennaro è visibile l'insegna della Cooperativa S. Vittore che qui aprì uno spaccio, chiuso nel 1924 dopo l'avvento del Fascismo.
Il palazzo Lampugnani-Gennaro
“Il complesso a corte chiusa, comunicante con la strada pubblica mediante un largo portale sormontato da torretta dove si apre un balconcino, risale alla prima metà del XVIII secolo. Il corpo della villa, parallelo a quello di strada e collegato a due ali a rustico, si affaccia sulla corte interna con una serie di finestre senza cornici. Su quella centrale che funge da entrata a piano terra sta un piccolo stemma in stucco, policromo, del secolo XVIII. Gli interni, adibiti ad abitazione privata, sono tenuti con molta cura dagli attuali proprietari (Gennaro)".Il palazzo presenta una torre di ingresso con funzioni di passeraia; tuttavia, sul fianco est vi È anche un edificio a tre piani, con tracce di epoca settecentesca; la presenza di un terzo piano, già segnalata nello scorso secolo, fa presumere l'esistenza di una colombaia.Il palazzo, originariamente, conteneva una cappella privata.  

 

Ultimo aggiornamento

Martedi 17 Maggio 2022